DISCLAIMER: Guarderò questo lungometraggio con lo spirito del documentarista, perchè Piero e Alberto Angela mi hanno insegnato a pormi delle domande, a non dare mai nulla di scontato: che fine hanno fatto i gerbilli del Baltico? Come si accoppiano le tartarughe delle Pampas? Ma soprattutto: che caspita hanno fatto Paola Barale e Raz Degan in questi due anni? Ero tanto, tanto in pena, fino ad oggi. Non è da escludere che di qui a due ore lo possa essere ancora di più.
Prima del film, una breve presentazione da parte dei due compagni di merende. Lei prende la situazione di petto, lui fa sfoggio di uno strabismo che non gli conoscevo. La cosa si fa subito torbidissima. Prima tappa: BALI. Raz dichiara di conoscere Paola da pochi giorni. Capiamo subito che ha l’usanza di filmarsi in tutto ciò che fa, da bravo maniaco. Anche lei è armata. Prime note a margine: lui parla in inglese, lei interrompe frequentemente i filmati per blaterare qualche frase di raccordo. E’ tutto molto minimal. Come in tutte le fiabe che si rispettino, ecco l’imprevisto: i due sono costretti a tornare a casa per colpa dei paparazzi. L’Italia è a conoscenza della loro storia e Paola prevede una tragedia non appena tornati a casa (ma chi vi conosce?). Anzichè nascondersi decidono di affrontare la situazione e scendono nell’arena di Domenica In. Nel corso dei raccordi la Barale si esibisce in un vittimismo d’antologia sulla loro vita di coppia tormentata dai media e parla in video come se non fosse stata mai ripresa da una telecamera, scusandosi in anticipo per le parolacce, sue e di Raz (ma lui le dirà in inglese). Seconda tappa: l’INDIA. Raz ci consiglia di non portare mai una showgirl in India, Paola avverte che nessuno torna dall’isola uguale a com’era prima. Nel suo caso – precisa – non si sa bene se è stato un bene o un male (e se fosse un chissenefrega?). Il sottofondo del viaggio in India è No woman no cry (?). E’ chiara una cosa: Paola cerca di fare la brillante, emula di Susy Blady, ma è simpatica come sempre, cioè come un foruncolo. Il filmato glissa rapido sulla vicenda che li vide coinvolti qualche anno fa, quando vennero accusati di far uso di stupefacenti. Per la prima volta si vedono anche i due cani. Il menage tra i due ha dell’inquietante. Lei si sforza di dire qualcosa di intelligente (fallendo puntualmente), lui non ci prova nemmeno (giustamente) ma continua a filmare come un voyeur. E le parolacce le dice in italiano, altrochè. Nel corso di un litigio (Paola ha perso dei soldi al casinò, ma Raz odia perdere) riescono a inanellarne una sequenza gratuita di 6-7 in frasi da tre parole. Altro appunto che lascia perplessi: la Barale si ostina a chiamare il compagno “Ras”, come la compagnia di assicurazioni, e riesce ad irritare come mai nessuno prima. Ho ormai capito che la cosa più bella di questo montaggio sono i raccordi della Barale in studio: la finta suspance, il tentativo di essere suadente con la voce che si ritrova, da pachiderma col raffreddore. Ogni sua affermazione è il tentativo di far passare “Ras” per un personaggio mitologico, l’uomo estremo, un po’ rozzo e animale, che la costringe a cose estreme. Il livello trash della cosa si sta alzando. Inizio a pensare che questo film l’ho già visto: finisce che lui la sgozza in una capanna in mezzo al bosco, può essere? La Barale avverte che il film non è fatto di consigli di viaggio, perchè nessuna agenzia di viaggi manderebbe qualcuno sulle rotte battute da loro due (e chi sei, Ferdinando Magellano?). Il mondo intanto giustamente si chiede: quando la telecamera inquadra tutti e due, chi tiene la telecamera, il mostro di Firenze? Momenti di autentica poesia quando Ras filma gli effetti della sua minzione nel deserto, commentando ascetico: “Ho sempre sognato di trovarmi ad aver bisogno dell’acqua”. Sono i momenti in cui fai il tifo per una tempesta di sabbia che se lo porti via.
Non ho ancora citato il fatto che i rari raccordi di Ras si svolgono in una sala piena di quadri (croste): credo siano suoi. Ho totalmente smarrito la sequenza delle immagini, il montaggio e i raccordi non aiutano: dovrebbero essere in California (perchè ci sono gli Eagles in sottofondo, mica per altro). La cosa sta adesso assumendo le dimensioni e l’interesse del filmino delle vacanze. Per fortuna la Barale risolleva il livello mostrando alla telecamere le proprie scottature ai lati del tanga infragluteo. E’ il momento della torbida vicenda di sesso: lei lo invita a spegnere la telecamera, lui non vuole e sulle prime finge di farlo. Frasi affannose e sguardi languidi prima di spegnerla davvero: hanno decisamente un futuro da attori di sapete voi cosa. Osservazione molto elegante di Paola: Ras avrebbe bisogni di quattro mogli con ciclo sfalsato di una settimana. E’ il momento del viaggio in Marocco, perchè Ras deve recitare nel film “Alexander” di Oliver Stone. Non specificano il ruolo (il cavallo? la palma? il bidet?), quindi c’è spazio per ogni genere di illazione. Di punto in bianco piazzano lì il documento sull’11 settembre (“il film più vero” della vita di Raz, secondo la Barale), che non aggiunge nulla al già visto, salvo l’aver inquadrato scorrettamento la rotta di un aereo qualsiasi come se si fosse trattato di quello dirottato. Questo film è come la corazzata Potemkin, l’ho già detto? Segue mezz’ora di disinteresse da parte mia, ma torno in tempo per la chiusura: “va dove non sei mai stato prima d’ora, ci vedremo là . Peace”. Da notare infine che – alla faccia del filmino amatoriale – i titoli di coda sono lunghi un chilometro