Se c’è una cosa che mi ero categoricamente promesso di non fare nella mia vita, quella cosa è andare a mangiare in un ristorante italiano in terra straniera. Tuttavia, è da mettere in conto che i miei etnici compagni di avventura, quando si decide di andare a mangiare in qualche “posto strano”, votino compatti per il ristorante italiano. Come dare loro torto (disse con malcelato senso patrio)? E così, facciamoli contenti, almeno potrò fare il figo della situazione e dare consigli su cosa è buono e cosa no. Sì, se il menù del ristorante contenesse il riferimento ad almeno un piatto italiano potrei fare il figo della situazione, effettivamente. Ma di fronte alle “penne con le cozze” cosa vuoi dire? E’ quello il punto in cui ho capito che esisteva una priorità da mettere davanti alla ricerca della fighettitudine a tutti i costi: che caspita avrei ordinato io? Un primo, ovviamente, ma quale, tolte le penne con le cozze che non voglio prendere nemmeno in considerazione finchè campo (con le cozze al massimo ci vanno gli spaghetti, punto)? E’ lì che l’occhio mi cade fatalmente su un piatto di cui sconoscevo l’esistenza, prima di apprendere su questo blog che “Le fettuccine di Alfredo” rappresentano la massima espressione di italianità negli Stati Uniti dopo la pizza (e la mafia, ovviamente). E in effetti i supermercati sono pieni di preparati per Fettuccine di Alfredo e pure nel menù del ristorante questo piatto godeva di particolari onori. E’ proprio pensando alla necessità di raccontare al mondo questa esperienza che ho optato per l’estremo sacrificio: “Vorrei delle fettuccine di Alfredo”. “What?”. Perchè qui se dici “I would like some FETTUCCINE ALFREDO” non ti capiscono, devi dire “I would like some fetucini aulfreudou”. Cioè, devi parlare come un deficiente anche se conosci l’esatta pronuncia. E così, una volta chiarito il mio desiderio, inizia il drammatico teatrino. “Col pollo?”. Ora, io ho un certo spirito di adattamento e difficilmente mi faccio prendere dal panico di fronte all’imprevisto, ma un cameriere che ti chiede se vuoi il pollo con la pasta onestamente metterebbe in crisi chiunque. Non me! Perchè avevo già avuto modo di appurare che mettere il pollo nella pasta qua rappresenta il non plus ultra. Qua considerano delizioso un piatto che si chiama “Chicken parmisan“, o giù di lì, che altro non è se non un piatto di spaghetti al sugo servito su di una cotoletta di pollo gigante. Cioè, tu finisci la pasta con gli occhi fuori dalle orbite (perchè le porzioni sono una cosa allucinante) e ti tocca cominciare con quella cotoletta spessa 5 centimetri. Praticamente odori di sugo e di pollo anche dopo 10 docce. Quindi capite bene con quanto cortese fermezza alla domanda “Con pollo?” io possa aver risposto “NO! NOO! NOOO!” cominciando a battere la testa contro il muro per stressare meglio il concetto. Lì però il cameriere, per niente turbato, ha posto la seconda domanda, quella che mi ha messo veramente in crisi: “ok, quale insalata?”. “No salad, thank you”. E lui stava là , immobile, con quell’aria compassionevole, come se stesse di fronte ad un perfetto imbecille che non sapeva che con la pasta bisogna ordinare per forza un’insalata. E ovviamente, nel tentativo di spiegartelo parlava sempre più veloce, una roba che Eminem in confronto canta delle ballate. E io, nel tentativo illogico di spiegargli che io ero la massima espressione del rigore culinario italiano in quel ristorante, ho dimenticato di colpo tutto il mio inglese e ho cominciato ad esprimermi a gesti e suoni gutturali: “GH… mmm UGA HUGA, salad? Uh? (cenno con la testa)”. E lui, inflessibile, “sì”. Insomma, dovevo prendere per forza un’insalata. Temendo per il mio visto sul passaporto (che qui non si sa mai) ho deciso di assecondarlo. “Vorrei un’insalata mista”. “No, devi scegliere un dressing, non un insalata”. Boh, non lo so: so solo che di fronte alla necessità di scegliere un contorno per le fettuccine il mio cervello è andato in cortocircuito. Non sapevo proprio come uscirne. L’unica risposta che mi veniva in mente era “portane una che vuoi tu e finiamola con questa pagliacciata”. Alla fine, ripresomi dallo stato di stordimento, ho capito che l’insalata era uguale per tutti e che ciò che dovevo scegliere era la salsina di accompagnamento. Anche qui mezz’ora per decidere e scegliere, ovviamente, la più orrida tra tutte. Infine eccole, le fettuccine Alfredo con insalata. Te le servono in un piatto a metà tra un piatto fondo e un piatto piano, con due filoncini di pane comodamente adagiati sopra. Ma che caspita c’entra il pane sulla pasta, dico io! E’ pasta, dannazione, pasta e basta! Niente pollo, niente insalata, niente pane, p-a-s-t-a, lo volete capire che a noi va bene così? Quanto ad Alfredo, vorrei conoscerlo. Questo ha spacciato per invenzione originale una salsa che in Italia, molto prosaicamente, chiamiamo PANNA.