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- apr
L’esame della patente
Una cosa di cui ancora una volta voglio dare atto a questo strambo Paese, è che la burocrazia non esiste. Questo è un posto, cioè, dove se venerdì scopri che devi fare la patente, lunedì potresti già trovarti con il tuo documento tra le mani.
Riassunto delle puntate precedenti: nella settimana delle sciagure, il nostro eroe si trova alle prese con due imprevisti:
1) il G8 stabilisce che la patente internazionale fatta in Italia non vale un tubo
2) la Chevrolet Malibu del 2005 inizia ad emettere rumori apocalittici dall’avantreno, riferibili a verosimile disfunzione del giunto cardanico.
C’è un terzo elemento che però è sfuggito persino ai più acuti, e cioè il fatto che la combinazione di queste due disgrazie può avere un effetto anche peggiore delle due disgrazie prese singolarmente, specialmente se l’esame si fa lunedì con la tua macchina e l’appuntamento dal meccanico è fissato per martedì.
La sensazione che appena messo piede in macchina l’istruttore mi avrebbe cacciato a pedate fuori dalla circoscrizione, per via di quel rumore infernale, era appena mitigata dalla consapevolezza che io all’esame pratico non sarei mai arrivato per via dei quiz. Tutti dicono che un giorno per studiare i quiz americani è sufficiente, e a conti fatti lo dico anche io, ma ciò che rimane di quel libro dopo la prima lettura è una scena da far west coi covoni di paglia che rotolano. Per accentuare la sensazione di vuoto, la quarta di copertina contiene una pagina di potenziali domande, tutte di una difficoltà impobabile, che ti mettono di frotte al fatto compiuto che le cose che hai saltato erano fondamentali, e quelle che hai studiato non servono a niente. Quindi ricominci da capo, questa volta con particolare attenzione all’importo della multa se ti beccano ubriaco e a quello dell’assicurazione se fai un incidente, senza dimenticare la distanza tra paracarri, rigorosamente in “feet“, perchè qui quella grande e ispirata invenzione chiamata sistema metrico decimale non ha mai attecchito e ci si ostina a misurare la quantità di acqua per il purè in tazze e il peso dei doughnouts in libbre. Bene, alla seconda lettura il libro comincia a darti un fastidio praticamente fisico e finisce che ti addormenti così, ebbro di succo di frutta, sognando il mitico segnale di “attenzione alle antilopi”. L’indomani ti svegli con la sensazione della catastrofe imminente e vai incontro al tuo destino, guidando la tua carretta più rumorosa che mai.
L’ufficio della patente è piccolo ma dinamico. La solita cinquantina di personaggi inquietanti che staziona in qualsiasi ufficio siede disciplinatamente su di una serie di sedioline davanti alla reception e attende il suo turno. Tempo totale dell’attesa? Trenta secondi, perchè avevo fatto la prenotazione online. Questi uffici mettono in atto sistemi sensazionali per smaltire le code (io avevo già tutta la documentazione compilata, e avevo pure scelto il giorno, l’ora e il momento della prova pratica) ma il 95% delle persone non li usa o non li sa usare. Vanno là ad aspettare per ore, e se ne infischiano del primo cippirimerlo italiano che per il solo merito di aver saputo usare il suo pollice opponibile passa in testa e saluta tutti. Il resto sono un po’ di rapide formalità (provare la residenza, fare le foto, mostrare il passaporto e via dicendo) e l’esame della vista. Poi i quiz: 20 di regole della strada e 20 di segnali. Parto con le prime, dotato di pratico touch screen. Ne sbaglio due, e passo la prima parte dell’esame, quella che consideravo più difficile. E invece le domande non erano così tremende, a parte quella sulla precedenza da dare all’autobus che mi avevano preannunciato essere particolarmente insidiosa. Eppure il concetto è facile: se passa l’autobus (che è esattamente l’autobus dei Simpson) tu devi fermarti, ovunque tu sia, e far salire i bambini da destra, da sinistra, da sopra e da sotto, TRANNE quando vieni dal senso opposto e c’è un muro di separazione. Ecco, un muro, non uno step. E vabbè. La parte dei segnali è stata mozzafiato, perchè quando pensavo che ormai fosse fatta, son riuscito a sbagliare una tripletta tra la 9 e la 11. L’effetto panico mi ha dato la concentrazione necessaria per ritrovare il bandolo della matassa e portare a casa il risultato. Ma il bello doveva ancora venire. L’esaminatrice per la prova pratica era una simpatica signora rubiconda, che ha passato i primi cinque minuti di conversazione a cercare di mettermi a mio agio con un fare che definire amabile è poco. Quando poi per forza di cose il gioco delle parti ha richiesto che io mi trasformassi da amico di penna ad esaminando, il tono è diventato vagamente inquisitorio. Parte prima, verifica delle condizioni della macchina, lei fuori e io dentro: metto la cintura, sorrido alla vita, aggiusto gli specchietti, sorrido ancora, provo le frecce, provo le luci, provo il freno, senza accendere il motore (meno male).
Poi l’esaminatrice sale in macchina e si ribalta indietro, come ampiamente previsto a causa della rottura della leva del sedile di cui si è già parlato. Io dico che trattandosi di una macchina usata sono cose che succedono, sa com’è, e lei ribatte che anche sua sorella aveva una Malibu del 1999, e che sono ottime macchine. Eh, come no, aspetta che accenda il motore.
Si parte. Gioco d’anticipo e spiego che “Being honest“, sentirà un leggero rumorino venire dal cofano motore, ma niente di eccezionale, perchè la macchina funziona perfettamente. Un boato assordante mi provoca la carie simultanea di quattro molari, e si va. La prova si svolge in una pista minuscola che sembra quella dei go cart. Lei, serissima, introduce tutte le sue richieste con un solenne “Adesso voglio che tu faccia questo”. Mi aspetto che da un momento all’altro mi chieda di abbaiare. Poi, dopo avermi chiesto la performance tipo test dell’alce, conclude con un “hai domande da farmi?” che suona come “ingrana la marcia e niente sconti”. Superato il test del “parcheggio tra i coni” tutto fila liscio, compresa “l’inversione a tre punti” fino alla prova finale: la frenata brusca. La macchina fino a quel momento aveva semplicemente borbottato come sempre, e quasi si può dire che c’avevamo fatto l’abitudine entrambi. La frenata brusca implicava invece “dimostrare di saper frenare in sicurezza, senza perdere il controllo della macchina”. Ecco, il rumore che hanno fatto i freni in quell’occasione è stato qualcosa di soprannaturale. Ho seriamente pensato che la macchina prendesse il decollo. L’esaminatrice, sballottata in avanti e senza fare una piega, si ricompone e riprende serafica: “Adesso voglio che tu faccia questo…”.
