• 29
  • mar

Sublime

L’antefatto: approfittando dell’assenza dell’ex Nina Moric, Fabrizio Corona ha recentemente prelevato il figlio Carlos e l’ha portato ad EuroDisney assieme a Belen (anche io voglio andare ad EuroDisney con Belen!)

Il fatto: all’Isola dei Famosi la Ventura si è esibita in una delle più incredibili pantomime degli ultimi seicento anni, comunicando in diretta alla Moric del fattaccio e insinuandole il dubbio (obiettivamente fondato) che quello di Corona sia stato un atto grave e deplorevole. Ma la Moric, mandando in frantumi il momento catartico, sembrava più preoccupata dell’eventualità che l’ex compagno fosse stato arrestato. Riguardo alla gita ad EuroDisney, accertatasi che il piccolo Carlos stesse bene (e che doveva succedere? Rapito da Pippo? Deragliato con le Kaffeetasseen?), si è detta felice della decisione di Corona, e anzi, che lo facesse più spesso, perchè “deve fare di più il padre”, e lei lo sa che lui è tanto padre, da qualche parte, là dentro. Sublime l’imbarazzo della conduttrice che cercava di portare a casa una scena madre spiegando velatamente che in teoria trattasi di reato (tanto che sull’Isola è sbarcato anche l’Avvocato col listino prezzi), mentre l’altra dispensava pillole di pace e ne usciva gigantesca

  • 29
  • mar

Colpo di teatro

Può la presenza sull’Isola di Simona Ventura risollevare le sorti del reality? Certo che sì: la puntata di oggi si annuncia come uno dei più grossi disastri tecnici della storia della tv, tra voci che si accavallano e ritardi audio tra studio e Isola. Dunque è imperdibile. Dopo tanti anni sono giunto alla conclusione che è meglio un reality condotto dalla Ventura che uno condotto dalla Marcuzzi. Simona è approssimativa e ti irrita in continuazione per via dei suoi slogan senza senso, ma è divertente e coglie sempre il lato trash di ciò che vede. Dote ormai sconosciuta ad Alessia, che ha perso ogni spontaneità per affannarsi a rincorrere un copione sempre zeppo di espedienti autorali da quattro soldi.

  • 27
  • mar

Caro Emerald

Ho capito che questa Caro Emerald, che questa mattina non sapevo nemmeno chi fosse, è l’attuale killer application del pop (o swing? o ska? o non capisco niente?). In pratica l’avevo ascoltata un milione di volte perchè le hanno scippato due canzoni per la sigla di Kalispera e per lo spot di Aldo, Giovanni e Giacomo, ma a me delle tre canzoni qua sotto piace la terza, che ho scoperto grazie ad un prezioso balletto di Domenica 5 con Nora Mogalle (coefficiente di difficoltà danzereccia = 0, ma non ha importanza).

  
  • 27
  • mar

Fermate il mondo, voglio scendere

Esclusivo: Gabriele Parpiglia intervista i genitori di Margherita

Opinionisti in studio: Lory del Santo col fidanzato Rocco, Demian con le rispettive corna, il principe George con donna Carmela, Paco Peña, Maradona, Compay Segundo, Astor Piazzolla, Franco Califano, Mario e Pippo Santonastaso

  • 23
  • mar

Neorealismo

Premesso che l’unico motivo interesse di questo abominio a questo punto è il casting (un coacervo di reduci da esperienze televisive impensabili, da Lidia di Operazione Trionfo ad Arianna della Disney), poco fa un sedicente cardiologo ha fatto un ecocardiogramma ad un ballerino diagnosticandogli una stenosi aortica. Siccome il realismo è tutto, l’immagine a video non era in movimento, la proiezione era sbagliata e la sonda era una sonda per carotidi

  • 18
  • mar

Non si uccidono le emozioni

Ieri sera la bilancia dell’ingiustizia si è rimassa in pari facendomi partecipare ad un “banchetto” con anesso spettacolo atroce (danza del guerriero dragone [esilarante], Al Bano cinese che canta O solo mio [calante], prestigiatrice coi foulard [monotona], e via così per due ore) e manicaretti in quantità, serviti sulla tipica lastra di vetro girevole che non ho mai capito che aspettiamo ad importare. Durante le feste comandate aiuterebbe ad evitare lo spiacevole effetto anche detto “Mi passi la teglia di lasagn… aach, mi è caduto il vino sul nonno”. Tripudio di specialità della Cina, da procurarsi battendo gli altri affamati della tavola rotonda al grido di “GIRA LA RUOTA! IE IEEE”. A metà della cena i camerieri si impietosiscono e mi sostituiscono le bacchette con una forchetta. Chiaro episodio di razzismo: stavo andando benissimo. Cibo riconoscibile, a parte una specie di kiwi grigio coi puntini neri che non avevo mai visto.

Stasera (domani si riparte) son partito all’avventura, evidentemente non pago dell’esperienza di ieri, ma alla ricerca di un ristorante con la scritta “Ristorante”. Niente cose strane o deviazioni dal progetto entro – ordino – mangio – pago – vado a fare la valigia. Ora, qui vivere è impossibile. Son partito garibaldino ma mi sto ricredendo: non parlano inglese, se sali sul taxi devi avere la destinazione scritta in cinese se no non capiscono (quindi niente taxi), l’autobus è una follia, la metropolitana è meravigliosa ma c’è tutta la Cina dentro e rischi di morire soffocato. Gli spazi sono enormi, e camminare sembra un passeggiata, ma anche le cose che nella mappa ti sembrano vicine sono in realtà lontanissime. Insomma, io avevo tanti indirizzi di ristoranti trovati su Internet (non in cinese), ma nessuna voglia di interrogare il Concierge cinese (la faccia che ha fatto alla mia richiesta di una mappa mi è bastata) e tantomeno di avventurarmi in taxi. Quindi? A zonzo. Primo ristorante: Do you speak english? No, avanti il prossimo. Secondo ristorante: insegna in cinese e scritta “Duck”. Perfetto, proviamo l’anatra laccata. Mi promettono che sanno l’inglese, invece non è vero. Però mi danno un menu con le figure e la traduzione in inglese: oh bravi, stasera voglio parlare a gesti e indicare col dito come i neonati, avete capito. Fatto lo slalom tra cose indesiderabili (lingua d’anatra, rene d’anatra, intestino di anatra), mi decido e indico questo e quello.
Primo piatto: straccetti di anatra. Mi aspettavo un altro sapore, non mi hanno fatto impazzire.
Secondo piatto: Cabbage, non male. Piccantissimo, chiedo acqua. Mi portano un bicchiere di acqua bollente. Dico, ma si può fare questa vita? Che significa ‘sta scemenza dell’acqua calda, adesso? Impossibile spiegarglielo. Avevo il terrore che si materializzasse del thè da un momento all’altro, per cui non ho insistito e ho bevuto la mia acqua bollita (tanto ormai…).
Terzo piatto: Maiale nel coccio. Qui mi aveva attratto la presentazione. Sollevato il coperchio, l’orrore prendeva le sembianze di un pavimento di cotenna molliccia divisa in cubetti. Ciascun cubetto recava in appendice un brandello di carne. Il tutto riposava su un letto di uova sode repellenti alla vista (d’anatra, scommetto) e di verdure insapori. Smetto al quinto bocconcino, anche perchè arriva il quarto piatto (e mi risuona in testa la Cavalcata delle Valchirie): la zuppa agro piccante! Il mio piatto preferito, quello che non mi tradisce mai, quello che prendo sempre e che finalmente mi accingo a mangiare in versione cinese autentica. Prossimo al deliquio mi compiaccio del nome eccitante (“Zuppa agro piccante Anatra di Sangue”) e dell’autentica vasca dentro cui me la servono affinchè io possa mescerla nella mia coppetta come ambrosia da una cornucopia. Basta, non mi serve più niente, andate via. Anzi, riportatevi la cotenna e tutto il resto, lasciatemi solo con la mia zuppa. Che tra l’altro si presentava esattamente come nei miei sogni, con gli stessi colori e l’uovo strapazzato delicatamente che veniva a galla come una ninfea. E ce n’era un litro e mezzo almeno! Tutto deciso: sarei morto così, perchè null’altro avrebbe mai potuto darmi la stessa soddisfazione di lì in poi. Sarei morto di zuppa agro piccante Anatra di Sangue.
Un lievissimo errore di traduzione mi venne in mente quando vidi affiorare il primo di quei blocchetti rossi frammisti a tofu. La zuppa agro piccante “Sangue di Anatra”, non “Anatra di Sangue”. Le sfumature a volte sono sostanziali. Penso di non aver mai provato una repulsione così violenta, resa tanto più vigliacca dall’essere stato ancora una volta ferito, frustrato, raggirato. I blocchetti di sangue rappreso continuavano ad emergere in gran quantità rivelando la natura demoniaca di quell’intruglio. Costo della cena 14 euro. Niente. I paradossi del destino beffardo.

In questi giorni ho imparato molto (…), e cioè che:
1)
il mito dello street food che mi ero prefigurato non esiste (o sta ben
nascosto).
2) I ristoranti cinesi cinesi sono peggio di quelli cinesi
italiani (sigh)
3) in albergo ti salutano sempre e dopo un poco ti
viene da urlare

ma soprattutto che

4) a Pechino c’è una
quantità impressionante di persone che sputa per strada.

  • 17
  • mar

Riso amaro

(segue)

Il gatto e la volpe ogni tanto confabulavano in cinese, ovviamente. E alternativamente si alzavano per andare chissà dove. A un certo punto la ragazza del thè entra con tre scatole di diversi colori e tante cose mi diventano chiare. Cinciuan mi spiega che ciascun colore indica una proprietà miracolosa e bla bla bla. Io ormai non ci casco più e in un impeto di ragione dico che non voglio comprare thè perchè non ho spazio nel bagaglio (Lo sapete voi quanto spazio occupa un costume da Batman? Col bundle wrapping poi viene una vera schifezza). La scusa sembra reggere con buona pace di tutti, e io mi crogiolo tutto orgoglione per aver saputo dire di no in una situazione obiettivamente difficile. E lì faccio la cavolata. Calo la guardia e dico che ho un po’ di fame. Nel mio immaginario ciò significava: “Consigliatemi dove mangiare, come da piano originario, che non mi pare che la parola thè sia mai uscita dalla mia bocca, e tanti saluti a tutti”. Detto fatto, l’insegnante ordina da mangiare! Qui c’è un altro problema: quando vedo cibo cinese non capisco più niente. Questo poi era cibo autentico, cucinato in casa, niente a che vedere con l’agar agar di casa nostra. Ero così contento, di fronte a quella cofana di manzo coi pomodori che pensavo: a) guarda che gentile, ha preso quello per cui avevo mostrato interesse; b) quasi quasi alla fine offro io per ringraziarli delle belle ore passate insieme a scoprire la cultura cinese autentica. E lì posso dire di essermi veramente goduto il cibo: due tipi di carne più la cofana di cui sopra, ciotola di riso e grande impressione negli astanti per la mia maestria con le bacchette (in realtà dipende dai giorni, ma ricordiamo che avevo bevuto il thè della fortuna).

Entra il sakè.

Io sono tutto intento a spazzolare gli ultimi peperoni, quando Thomas mi intima con garbo di bere il sakè. Col senno di poi mi sarei mangiato anche il piatto e al diavolo il suo sake. Penso: “ok, è il momento in cui mi ubriaco o mi avvelenano e poi fanno di me quello che vogliono”. Addio mondo crudele. Assaggio il sakè, che arriva diretto in ipotalamo. A più sorsetti, mentre Thomas manda giù tutto e si rammarica che non faccia altrettanto. Io a quel punto avevo già fatto tutte le domande che mi servivano per risolvere il giallo. Ma voi siete turisti? Che ci facevate a piazza Tienanmen? Come conoscevate questo posto? Tutti gli indizi portavano ad un’unica soluzione, e dal cassettino della memoria ho pure ripescato che io questa cosa qua delle guide turistiche che poi mangiano a sbafo l’avevo pure letta prima di partire. Solo che non avendomi guidato da nessuna parte per me il problema non si poneva. In effetti per tutto il pranzo Cinciuan continuava a fare progetti su dove andare e cosa visitare, e lì per fortuna il mio senno era già tornato dalla Luna, tant’è che declinavo con assoluta fermezza adducendo mille scuse, tra le quali depurare i reni giusto per quelle sei o sette orette.

In pratica questi avevano pranzato e festeggiato col thè e si aspettavano che pagassi il conto. Questo mi cominciò ad essere chiaro da ben prima che il conto si materializzasse tra le mie mani. E non ero particolarmente in ambasce, perchè si sa che al ristorante
cinese si paga sempre pochissimo. In mattinata mi aveva colpito il fatto che il biglietto della metropolitana costasse solo 2 Yuan, cioè 20 centesimi. Ne avevo chiesto anche spiegazione a Cinciuan che aveva concluso serafica che non tutto è economico, in Cina. La cameriera mi spiegava in dettaglio tutte le voci del conto, scritte in cinese e parlando in cinese. Molto utile, ma i numeri li capivo e non potevo non notare che ciascuno di quegli schifosissimi e pregiatissimi thè costava 49 yuan, cioè circa 5 euro. Moltiplicato per 8 e moltiplicato per 3, fate voi il conto. A questo si aggiungevano i sofisticati manicaretti, roba che neanche ostriche e caviale. Per farla breve, il conto era di 2500 Yuan, 274 euro! E chi ce li aveva? Io ne avevo cambiati 100 così, sulla fiducia… già mi vedevo a lavare teiere fino alla fine dei miei giorni, ma purtroppo o per fortuna avevo portato la carta di credito e ovviamente quella casa antica senza i comfort della vita moderna era perfettamente attrezzata per ricevere VISA, Mastercard e quant’altro. La faccia persa nel vuoto di Thomas mentre pagavo era qualcosa che ricorderò per sempre. Quella gran Maitresse di Cinciuan invece era uscita tempestivamente dalla stanza. Non un grazie, mentre io ostentavo classe pagando il dovuto e mentre la cameriera mi faceva firmare e indicava la riga della mancia le lanciavo un’occhiataccia del tipo “richiedimelo, brutta connivente spacciatrice di thè pure tu, e ti faccio ingoiare il bollitore”. Sulla strada del ritorno continuavo a trasudare classe (e idiozia da tutti i pori) mentre Cinciuan capendo che si avvicinava l’ora dell’addio dopo aver tentato la carta della disperazione (“Forse la città proibita è aperta anche di giovedì, andiamo a vedere?”) mi lasciava il suo indirizzo email. Che, per caso in Italia hanno depenalizzato il mail bombing? No, perchè si dà il caso che io abbia un blogghetto dove qualcuno mi vuole bene, e si dà pure il caso che io abbia sofferto tanto nel separarmi da 274 euri per aver mangiato poco e bevuto tanto. Mi accompagnano alla metro (almeno la decenza, i due farabutti) e Thomas con generosità mi compra pure il biglietto! 20 centesimi risparmiati, il risanamento del bilancio comincia dalle piccole cose. Mi lasciano con un’ultima frase: “se ti capita di tornare a Pechino e ti va di andare a cena chiamaci!” Certo, credici. Sono anche di Pechino, quindi, hanno mentito persino sulla provenienza, non solo sul mio naso! In sintesi: bambini, non fate mai come me. Per 100 euro avrei tollerato l’esperienza, che alla fine è stata folkloristica, quasi avventurosa, diversa dal solito, e persino divertente. Per 274 euro no. E’ questa la ragione di questo post che altrimenti sarebbe stato molto più corto. Dovevo elaborare. Adesso, dopo tante ore, penso di avercela fatta.

FINE

  • 17
  • mar

Il mio amico beve il thè

(segue)

La ragazza esce dalla stanza e torna con una serie infinita di bricchi, che allinea davanti a me. Cinciuan mi spiega che assisterò, anzi, PARTECIPERO’ alla cerimonia del thè. Nella mia testa risuona la musichetta di Monkey Island che si sente quando appare il cartello “Le tre prove”. La premessa è che a me il thè non piace. Cioè, se lo bevo non lo sputo, ma in generale mi sembrano tutti uguali e vagamente simili all’acqua calda. Qui se ne dovevano bere OTTO TIPI.

Ogni thè mi veniva fatto odorare sotto forma di polvere o seme prima della somministrazione. Prima l’insegnante cacciava il naso dentro il bricco, poi me lo passava e io cacciavo il mio naso (che è normalissimo, spiritosi), infine lo passavo a Cinciuan che credo si sia beccata diciottomila stafilococchi. La ragazza della casa del thè declamava tutte le proprietà del thè e Cinciuan mi traduceva. Ogni thè aveva qualche proprietà curativa miracolosa: uno depurava i reni, l’altro preveniva l’ittero, un altro allungava la vita (e io ne ho bevuto un litro e mezzo, hai visto mai), un altro dava tanta fortuna. Il thè veniva servito in un bicchierino piccolo, che ti riempivano in continuazione. Il primo thè lo buttavano su un Buddha di pietra per ingraziarselo. Il secondo lo davano a me, per farmi esplodere la vescica (“morto con la vescica in mille pezzi ma i reni depurati”). Il quarto thè veniva servito in un bicchierino che dovevi passarti sugli occhi per cancellare le occhiaie e i segni del tempo. Il thè doveva essere bevuto con tre sorsi: uno per la fortuna, uno per la felicità e uno per la lunga vita. Ogni thè era accompagnato da un Cheers. Io ho azzardato un cin cin e mi hanno detto che in cinese significa “Bacio bacio” (Olè). Segue cronaca degli assaggi.

Primo thè: acqua calda.
Secondo thè: acqua calda
Terzo thè: buono. Non sapeva di thè
Quarto thè: acqua calda.
Quinto thè, al Bamboo. Acqua calda con Bamboo.
Sesto thè (Davide inizia ad avvertire un vago senso di pienezza): acqua calda
Settimo thè. Invecchiato come il vino, dice Cinciuan, questi semi hanno sette anni.
Ottavo thè (Davide non ne può più): Ginseng (e figuriamoci).

Sull’ottavo thè per rompere il ghiaccio faccio l’errore più grande della mia vita e dico che quello che mi era piaciuto di più era il terzo. Mi portano una tazza grande e me ne servono un altro litro. Ho pensato che mi sentivo pronto per imparare le parolacce cinesi.

In mezzo una conversazione brillante, come in tutte le cerimonie del thè che si rispettino. Cose che ho imparato: loro fanno questa pantomima solo durante le feste. I noodles sono fatti di farina, non di soya (ma dove mi è venuto in mente?). La Città Proibita il giovedì è chiusa per pulizie (mmm). Il piatto più caratteristico è il manzo coi pomodori (possibile?). La mia adorata “hot and sour soup”, che prendo sempre al ristorante cinese, non sanno nemmeno cosa sia.

Ma andiamo a me. Io sinceramente mi stavo divertendo. Era una cosa così assurda e forse caratteristica che lì per lì ho pensato che comunque ne avrei tratto una storia da portare a casa. La conversazione alla fine era piacevole, i due interlocutori amichevoli e probabilmente il thè stava cominciando a darmi alla testa. Lì ho ripensato di essere pazzo. Voglio dire: sei in una casa del thè con degli sconosciuti apparentemente cordiali. Ti stanno versando da bere qualsiasi cosa e hai appena violato il primo comandamento: “non accettare roba dagli sconosciuti”. Io questa storia l’ho letta mille volte e finisce invariabilmente con un rene in meno e un riposino sul letto del fiume.

(segue, il gran finale)

  • 17
  • mar

Era una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina

(segue)
Durante il tragitto la ragazza si mostrava molto curiosa sulla mia professione. Altro commento sul mio sorriso (io rido poco ma sorrido sempre). Non era particolarmente carina (perchè so che è QUESTO che vi state chiedendo), nè irrimediabilmente brutta (sempre un signore, io) e non ho tuttora idea dell’etá. Forse abbattendola avrei potuto contare gli anelli della corteccia. Il problema comunque era l’insegnante. Parlava un inglese più incerto (mmm) e si chiamava Thomas (mmm, mmm). Perchè un cinese dovrebbe chiamarsi Thomas? E poi insegnante di che? Lo chiedo: insegnante di inglese (mmm). Arriviamo sulla soglia di un’abitazione. Lì torno in me stesso e per la prima volta rifletto sulla follia di tutto ciò. Segui due persone che non conosci, lei ti fa dei complimenti maldestri senza che tu abbia sfoderato il benchè minimo fascino da Italian Pony, c’è un figuro che ti segue, ti fanno entrare in una casa apparentemente privata… Dico, ma sei scemo o cosa? Again, la curiosità prende il sopravvento sulla ragione. Entro, e ci accoglie una ragazza, lei sì carina, che ci accompagna in una stanza minuscola con un tavolo e qualche sedia. E qui finisce la parte torbida della storia, a scanso di equivoci, e inizia la parte trash senza la quale questo racconto non ci sarebbe stato.
(continua)

  • 17
  • mar

La Cina è vicina

Questa mattina, In una delle rare pause che la ragione per cui mi trovo a Pechino mi ha lasciato, sono andato a piazza Tienanmen, che ho eletto a monumento più rappresentativo tra quelli vicini (ciò significa niente Grande Muraglia, a meno che domani non decida di tentare la grande impresa di fare tutto in due ore). Che fa uno, a piazza Tienanmen? Cammina, non c’è altro da fare. E dove va? Va al centro, immaginando i carrarmati in lontananza.
È lì che vengo abbordato da una ragazza cinese che mi si piazza davanti e in ottimo inglese inizia a farmi una tempesta di domande: di dove sei, quanti anni hai, perchè sei qui, qual è la tua identitá segreta quando combatti il crimine a Gotham… cose così. Fa anche parecchi commenti non richiesti, con enfasi sul fatto che sembro più giovane di quanto non sia (grazie), che ho un grande naso (no, tesoro, sei tu che non hai naso) e che il costume con le corna mi dona un fascino particolare (è un po’ scomodo quando vai in bagno, in verità). Io rispondo cordialmente a (quasi) tutto e sfrutto l’occasione per scroccare qualche informazione sugli orari di accesso alla Città Proibita e su un buon posto per mangiare qualcosa di tipico. Lì la tipa dice che se voglio possiamo andare a mangiare insieme qualcosa là vicino. Io tentenno, imbarazzato ma possibilista e lei si accende: “Magnifico, aspetta che chiamo il mio insegnante!”. Insegnante?! Lì, per la prima volta, mentre riflettevo sul mio naso, mi squilla in testa un campanello di allarme.
Ora, non sono così sprovveduto da non immaginare dove tutto ciò potesse andare a parare, però ci sono due fatti da considerare. I viaggi all’estero allentano tradizionalmente i miei freni inibitori. Voglio dire: se ci vai e non sperimenti alla fine che ti rimane? Ma soprattutto: quante probabilità ci sono che io trovi il coraggio di sfidare un menù in cinese e una cameriera che non parla una parola di inglese nella prossima mezz’ora? Il resto lo hanno fatto la fame e una buona dose di incoscienza. E così, Davide, Cinciuan (nome di fantasia) e l’insegnante (?!) si inoltrano nei meandri di Pechino e raggiungono…
(continua)

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