(segue)
Il gatto e la volpe ogni tanto confabulavano in cinese, ovviamente. E alternativamente si alzavano per andare chissà dove. A un certo punto la ragazza del thè entra con tre scatole di diversi colori e tante cose mi diventano chiare. Cinciuan mi spiega che ciascun colore indica una proprietà miracolosa e bla bla bla. Io ormai non ci casco più e in un impeto di ragione dico che non voglio comprare thè perchè non ho spazio nel bagaglio (Lo sapete voi quanto spazio occupa un costume da Batman? Col bundle wrapping poi viene una vera schifezza). La scusa sembra reggere con buona pace di tutti, e io mi crogiolo tutto orgoglione per aver saputo dire di no in una situazione obiettivamente difficile. E lì faccio la cavolata. Calo la guardia e dico che ho un po’ di fame. Nel mio immaginario ciò significava: “Consigliatemi dove mangiare, come da piano originario, che non mi pare che la parola thè sia mai uscita dalla mia bocca, e tanti saluti a tutti”. Detto fatto, l’insegnante ordina da mangiare! Qui c’è un altro problema: quando vedo cibo cinese non capisco più niente. Questo poi era cibo autentico, cucinato in casa, niente a che vedere con l’agar agar di casa nostra. Ero così contento, di fronte a quella cofana di manzo coi pomodori che pensavo: a) guarda che gentile, ha preso quello per cui avevo mostrato interesse; b) quasi quasi alla fine offro io per ringraziarli delle belle ore passate insieme a scoprire la cultura cinese autentica. E lì posso dire di essermi veramente goduto il cibo: due tipi di carne più la cofana di cui sopra, ciotola di riso e grande impressione negli astanti per la mia maestria con le bacchette (in realtà dipende dai giorni, ma ricordiamo che avevo bevuto il thè della fortuna).
Entra il sakè.
Io sono tutto intento a spazzolare gli ultimi peperoni, quando Thomas mi intima con garbo di bere il sakè. Col senno di poi mi sarei mangiato anche il piatto e al diavolo il suo sake. Penso: “ok, è il momento in cui mi ubriaco o mi avvelenano e poi fanno di me quello che vogliono”. Addio mondo crudele. Assaggio il sakè, che arriva diretto in ipotalamo. A più sorsetti, mentre Thomas manda giù tutto e si rammarica che non faccia altrettanto. Io a quel punto avevo già fatto tutte le domande che mi servivano per risolvere il giallo. Ma voi siete turisti? Che ci facevate a piazza Tienanmen? Come conoscevate questo posto? Tutti gli indizi portavano ad un’unica soluzione, e dal cassettino della memoria ho pure ripescato che io questa cosa qua delle guide turistiche che poi mangiano a sbafo l’avevo pure letta prima di partire. Solo che non avendomi guidato da nessuna parte per me il problema non si poneva. In effetti per tutto il pranzo Cinciuan continuava a fare progetti su dove andare e cosa visitare, e lì per fortuna il mio senno era già tornato dalla Luna, tant’è che declinavo con assoluta fermezza adducendo mille scuse, tra le quali depurare i reni giusto per quelle sei o sette orette.
In pratica questi avevano pranzato e festeggiato col thè e si aspettavano che pagassi il conto. Questo mi cominciò ad essere chiaro da ben prima che il conto si materializzasse tra le mie mani. E non ero particolarmente in ambasce, perchè si sa che al ristorante
cinese si paga sempre pochissimo. In mattinata mi aveva colpito il fatto che il biglietto della metropolitana costasse solo 2 Yuan, cioè 20 centesimi. Ne avevo chiesto anche spiegazione a Cinciuan che aveva concluso serafica che non tutto è economico, in Cina. La cameriera mi spiegava in dettaglio tutte le voci del conto, scritte in cinese e parlando in cinese. Molto utile, ma i numeri li capivo e non potevo non notare che ciascuno di quegli schifosissimi e pregiatissimi thè costava 49 yuan, cioè circa 5 euro. Moltiplicato per 8 e moltiplicato per 3, fate voi il conto. A questo si aggiungevano i sofisticati manicaretti, roba che neanche ostriche e caviale. Per farla breve, il conto era di 2500 Yuan, 274 euro! E chi ce li aveva? Io ne avevo cambiati 100 così, sulla fiducia… già mi vedevo a lavare teiere fino alla fine dei miei giorni, ma purtroppo o per fortuna avevo portato la carta di credito e ovviamente quella casa antica senza i comfort della vita moderna era perfettamente attrezzata per ricevere VISA, Mastercard e quant’altro. La faccia persa nel vuoto di Thomas mentre pagavo era qualcosa che ricorderò per sempre. Quella gran Maitresse di Cinciuan invece era uscita tempestivamente dalla stanza. Non un grazie, mentre io ostentavo classe pagando il dovuto e mentre la cameriera mi faceva firmare e indicava la riga della mancia le lanciavo un’occhiataccia del tipo “richiedimelo, brutta connivente spacciatrice di thè pure tu, e ti faccio ingoiare il bollitore”. Sulla strada del ritorno continuavo a trasudare classe (e idiozia da tutti i pori) mentre Cinciuan capendo che si avvicinava l’ora dell’addio dopo aver tentato la carta della disperazione (“Forse la città proibita è aperta anche di giovedì, andiamo a vedere?”) mi lasciava il suo indirizzo email. Che, per caso in Italia hanno depenalizzato il mail bombing? No, perchè si dà il caso che io abbia un blogghetto dove qualcuno mi vuole bene, e si dà pure il caso che io abbia sofferto tanto nel separarmi da 274 euri per aver mangiato poco e bevuto tanto. Mi accompagnano alla metro (almeno la decenza, i due farabutti) e Thomas con generosità mi compra pure il biglietto! 20 centesimi risparmiati, il risanamento del bilancio comincia dalle piccole cose. Mi lasciano con un’ultima frase: “se ti capita di tornare a Pechino e ti va di andare a cena chiamaci!” Certo, credici. Sono anche di Pechino, quindi, hanno mentito persino sulla provenienza, non solo sul mio naso! In sintesi: bambini, non fate mai come me. Per 100 euro avrei tollerato l’esperienza, che alla fine è stata folkloristica, quasi avventurosa, diversa dal solito, e persino divertente. Per 274 euro no. E’ questa la ragione di questo post che altrimenti sarebbe stato molto più corto. Dovevo elaborare. Adesso, dopo tante ore, penso di avercela fatta.
FINE